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Andrea ci guida attraverso le sensazioni che turbinano attorno al mondo dell'hockey con l'avvicinarsi dei playoff. Si combatterà, senza esclusione di colpi, per guadagnarsi un posto al turno successivo e prolungare eccitazione ed emozioni, se possibile, fino alle gare di finale.
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Alla vigilia dei playoff, Carlo Bassetti, del portale d’informazione e social network bilingue www.salto.bz ha intervistato coach 3Glen Hanlon: la sua analisi della regular season e le ragioni delle sue scelte.
Ve la proponiamo, ringraziando per la gentile concessione, e congratulandoci con chi l'ha realizzata.
L’articolo originale (pubblicato il 28/02/2025) QUI 👉🏼https://salto.bz/de/article/28022025/hanlon-due-fattori-metodo-e-vittoria
Foto: SALTO Carlo Bassetti
In vista dei playoff dell'ICE Hockey League che inizieranno domenica prossima 2 marzo alle ore 18.00 alla Sparkasse Arena di Bolzano abbiamo incontrato il coach biancorosso Glen Hanlon. Persona estremamente amichevole, trasmette carisma e leadership fin dalla prima stretta di mano. Ne è uscita una lunga chiacchierata sul campionato in corso e sul mondo dell'hockey in generale. Stasera intanto, dopo la partita Fehérvár -Vienna si terrà il pick, al termine del quale di conosceranno gli accoppiamenti dei quarti di finale in base alle scelte delle prime squadre.
SALTO: Buongiorno Coach Hanlon. La scorsa settimana si è conclusa la stagione regolare con il Bolzano al terzo posto. Come giudica il cammino fatto finora?
Glan Hanlon: Sono sicuramente soddisfatto di alcuni aspetti del nostro gioco. Abbiamo finito al terzo posto, a un punto dal secondo e a tre dal primo. È però ovvio che questo sia quel momento in cui ogni squadra guarda la propria classifica e dice: “Avremmo dovuto battere questa squadra, non è nemmeno nei playoff…”. Alla fine però penso che i top team si equivalgano abbastanza. Fin da inizio stagione avevo in mente che con 92-100 punti saremmo entrati nelle prime tre. Eccoci qui. Questo è importante.
Che Bolzano vedremo nei play off?
Penso che di base vedremo lo stesso Bolzano che avete visto qui per tre anni: abbiamo sempre parlato di difesa di squadra come sistema su cui costruire il gioco. Quest'anno siamo la squadra con meno gol subiti, il che significa molto per me. Lo dico anche in prospettiva playoff: adesso iniziano partite intense e a basso punteggio. Dobbiamo giocare al meglio il nostro sistema e segnare qualche gol in più. È molto importante che i nostri giocatori interpretino al meglio il sistema perchè giocare la fase difensiva non è pattinare, andare all'indietro. È attaccare, conquistare il disco. Per avere un gioco efficace dobbiamo essere organizzati e veloci nella zona difensiva per uscire velocemente.
Oggi (28 febbraio) si conoscerà chi tra Vienna e Fehérvár sarà l'ottava squadra dei quarti di finale. Subito dopo la partita verrà effettuato il pick per i quarti di finale. Il Bolzano avrà la terza scelta. Dovrebbero rimanere da scegliere Graz e Villach. Che valutazioni avete fatto?
Non credo sarà così semplice. Potrebbero esserci situazioni sorprendenti nei pick prima di noi. Abbiamo analizzato a fondo i vari scenari. Potrebbe essere che le squadre prima di noi scelgano per valutazioni diverse da quelle che sarebbero prevedibili. Per quanto riguarda noi ho le idee chiare. Ne abbiamo già palato apertamente con la squadra. Qualunque sia il nostro avversario dei quarti di finale dobbiamo solo applicare il nostro sistema di gioco al meglio, come se non conoscessimo chi abbiamo di fronte. Non dobbiamo cambiare la nostra natura per l’avversario che abbiamo di fronte. Sarebbe un errore e un vantaggio per lui.
La squadra alla lavagna tattica Foto: Carlo Bassetti
Come ci ha detto recentemente Luca Frigo, i playoff sono un altro campionato. Quasi un altro sport. È vero o è solo un modo di dire?
È vero. La penso così: ci sono due fattori di base su cui costruire una squadra. Il metodo e la vittoria. Ognio stagione ha i suoi ritmi. In questa stagione siamo partiti con la giusta calma nel training camp di agosto. Quello è il momento dello studio e della riflessione sul modello di hockey che giocherai. Lo devi fare con i giusti tempi. Questo è il processo, il miglioramento del gioco, dell’intesa, dei meccanismi. Con l’avanzare della stagione la vittoria diventa priorità rispetto a questo. Quindi una volta arrivati ai playoff il processo non c'è più, conta vincere. Non si dice più “Ok, dobbiamo migliorare, dobbiamo lavorare su questo, dobbiamo fare quest’altro”. Ai playoff si dice “Vai e vinci le partite”. Un’altra cosa.
Si dice anche che nell'hockey alcuni giocatori siano da playoff e altri no. Una questione tecnica ma anche mentale. I giocatori del Bolzano sono da playoff?
La questione è che in stagione regolare ci sono 13 squadre. Ai playoff ne rimangono 8, poi 4… Mettiamola così, non voglio essere irrispettoso, ma alla fine squadre che in 48 partite hanno fatto 35 o 40 punti sono diverse da quelle che ne hanno fatti magari 95. Queste squadre sono per forza di cose più veloci e più efficaci… se si commette un errore, con loro si prende gol. Sono questi i team che incontreremo ai playoff, sia chiaro. Segneranno di potenza. Ci sarà per forza un gioco più fisico e credo che alcuni giocatori abbiano caratteristiche più adatte a questo gioco. Credo che saremo all’altezza.
Foto: Carlo Bassetti
Pensa ci siano squadre favorite?
No, non credo che ci sia un gruppo di favorite sulle altre. Le otto che rimangono possono veramente farcela tutte. Lo avete visto anche qui a Bolzano. Quando la squadra ha vinto l'ultima coppa si era piazzata molto in dietro in stagione regolare. E poi ha vinto il campionato.
Il Bolzano ha iniziato la stagione in modo dominante, mentre nella seconda parte della stagione i risultati sono un po' calati. Cosa succede?
In realtà credo che questo sia legato più al calendario e all’andamento della regular season. L’inizio è stato certamente positivo con la vittoria netta con Linz alla prima giornata, ma successivamente il calendario non voglio dire fosse morbido ma certamente non avevamo le partite più difficili. Dopo la pausa di dicembre invece abbiamo giocato qualcosa come 13 partite in 26 giorni. È stato un calendario molto fitto e duro. Nel periodo natalizio abbiamo giocato in pochi giorni con Linz e due volte con Salzburg. Alla fine guardando la classifica la differenza tra noi e il sesto posto (Villach) è di soli 7 punti. Si tratta di 3 vittorie. Considerato quanto detto credo che siamo stati piuttosto costanti.
Foto: Carlo Bassetti
Quest'anno la squadra ha avuto problemi con gli special team. Il Penalty Killing (PK) è migliorato nell'ultima parte della stagione, ma il Power Play (PP) sembra essere ancora un problema.
Abbiamo avuto un periodo davvero pessimo nel Penalty Killing tra novembre e dicembre. Nel PK in quel periodo siamo passati dal quarto posto a quasi l’ultimo. A metà dicembre abbiamo vinto ai rigori con Voralberg. È da quella partita che abbiamo messo un po’ in ordine il PK. Finiamo la regular season con la quinta miglior statistica. Potevamo migliorare ancora. Non c’è dubbio che prima di quella partita con Voralberg sono stati fatti degli errori di valutazione e scelte sbagliate di cui mi prendo la responsabilità. Erano decisioni mie. In merito al Power Play finiamo la stagione con il 19% o poco più. Avevamo iniziato intorno al 20%, volevamo però finire al 23-24. Ho pensato spesso di aver bisogno di qualche punto in più dal PP.
Alla fine penso che le percentuali abbiano veramente qualche importanza, ma il gioco va analizzato non solo coi numeri. Spesso si sottovaluta un altro fattore fondamentale: quando si fanno i gol. Si può essere già 5 a 2 e segnare, magari in superiorità, il gol 6, 7 e 8. Poco utile alla fine. Ci sono state poi partite dure ed equilibrate in cui abbiamo giocato bene 5 contro 5 ma la vittoria è venuta proprio con un gol in power play. Per le statistiche quei gol valgono uguale…. Quando facciamo l’analisi della partita diamo importanza anche a quando abbiamo ottenuto la superiorità e con quale punteggio in quel momento. Poi, certo, guardiamo anche le percentuali.
Quando abbiamo intervistato Sam Harvey ci ha detto di stare attenti alle statistiche, perché possono essere una trappola.
Chi ama le statistiche, magari è primo nel power play, ma poi se si guarda meglio, si vede che non ha segnato contro le prime cinque squadre. Chissà se deve essere veramente contento. Perché alla fine non devi avere un gol in più nei power play. Devi avere un gol di più dell’avversario alla fine della partita.
Foto: Carlo Bassetti
Una differenza evidente rispetto alle stagioni passate è il continuo cambiamento delle linee offensive. È un segno di difficoltà nel trovare un equilibrio?
No. È un segno di profondità e qualità del roster. Basta dire che quest’anno potenzialmente abbiamo sei centri: Finoro, McClure, Halewka, Mantenuto, Bradley e Christoffer. Per due anni abbiamo avuto giusto i quattro centri su cui costruire le quattro linee di attacco. Cambiare le linee può dare molti vantaggi perché si possono fare cose diverse sul ghiaccio.
Ma questo non è negativo per il feeling e gli automatismi tra i giocatori?
Non credo che sia così. È nella tradizione hockeistica nordamericana avere roster ampi ed è normale per ogni attaccante giocare con tutti i compagni di reparto. Non importa con chi giochi. Vai sul ghiaccio, fai il tuo lavoro al massimo con chiunque tu lo stia facendo. Devi essere nel posto giusto al momento giusto. Nel tempo abbiamo comunque costruito delle coppie più stabilizzate, centro - ala. Bradley gioca con Salinitri a sinistra, Helewka è ala sinistra con Christoffer centro, Frigo con Mantenuto. McClure ha giocato a lungo con Gazley, che però è stato fuori a lungo per l’infortunio alla mano per cui questa coppia è stata meno costante recentemente.
McClure a inizio stagione ha giocato anche ala destra.
Certo, abbiamo costruito il roster pensando anche a queste opzioni. Alla fine della passata stagione avevo parlato con Brad che mi ha detto di poter tornare senza problemi a destra, dove ha giocato gran parte della sua carriera. Lo abbiamo fatto per dei tratti della stagione, quando serviva. Durante la stagione ho poi deciso che la nostra squadra fosse migliore con lui al centro. Brad gioca ovunque serve. È questo che mi piace di lui ed è per questo che continuo a volerlo qui. Per Brad la squadra viene prima di tutto.
Foto: Carlo Bassetti
Passando invece alla difesa, la situazione sembra più stabile. Rimarranno gli accoppiamenti degli ultimi mesi?
Il discorso con la difesa è un po’ diverso. Innanzitutto i difensori da schierare sono 6 e non 12. Con Enrico (Miglioranzi) settimo da inserire a rotazione al posto di Valentine e Seed, che facendo parte della PK unit hanno molti minuti sul ghiaccio. A inizio stagione Hults e Burque erano divisi. A metà stagione ho deciso di metterli assieme perché sono i due difensori maggiormente d’attacco e volevo costruire una griglia adatta per le situazioni in cui serve più pressione offensiva. Di Perna e Spornberger sanno pattinare e insieme ci danno grande solidità. Un’accoppiata robusta. Siamo soddisfatti.
1985, Gan Hanlon portiere dei New York Rangers. Figurina originale autografata in occasione dell'intervista. Foto: collezione privata
Sam Harvey sta disputando una grande stagione. La scorsa partita, però, era fuori dal roster. Qual è la situazione? È tutto a posto?
Tutto secondo programma. Dopo la partita a Fehérvár domenica 16, giocata da Sam, avevamo ancora solo la partita in casa di venerdì scorso con Innsbruck. Quella partita volevo la giocasse Jonny. È stato perfetto per dare una settimana di riposo a Sam e permettergli comunque questa settimana di rientrare nella routine di gioco/allenamento in vista dell’inizio dei playoff domenica.
Harvey ci ha detto che avere un ex portiere di livello top come lei come capo allenatore è un vantaggio. Una questione mentale e di feeling. Anche i suoi modelli di gioco e di allenamento sono legati al fatto che lei era un portiere?
Ho detto chiaramente in spogliatoio che non è così. Non è una battuta. Ho imparato come giocano i portieri e come allenarli quando giocavo io. E parliamoci chiaro, l’hockey di adesso e ancora di più il ruolo del portiere non si avvicinano neppure a quello che erano ai miei tempi. Praticamente siamo in un altro mondo. Certo, so come ci si sente da soli in mezzo a quei pali e sono a disposizione per un sostegno o una riflessione in proposito. Una cosa che aiuta tutti, sia tecnicamente che mentalmente, è avere due portieri di grande livello. Con Jonny Vallini in squadra, con il suo record è di 20 vittorie e 3 sconfitte negli ultimi 2 anni, posso far giocare Sam esattamente le partite che penso debba giocare per essere al top per la successiva. Non ho mai problemi nella rotazione. È una squadra portieri perfetta, sono amici e si supportano a vicenda. E questo è molto importante.
Per concludere, qualche parola sull'hockey nordamericano. Il torneo 4 Nations Face Off è stato uno spettacolo straordinario. A differenza dell'all-star game è sembrato vero hockey. Ha seguito il 4 Nations?
Beh sì, ho fatto il possibile. La gran parte delle partite era a notte fonda, le ho guardate in differita. Mi è piaciuto molto ascoltare i giocatori e gli allenatori che avevano il microfono live. Mi è piaciuto moltissimo ascoltare John Cooper (allenatore del team Canada) prima in panchina e poi nei commenti post game. Mi è piaciuto anche sentire McDavid parlare in campo coi compagni di squadra e con gli avversari. Queste cose me le sono proprio godute. Questa nuova formula del 4 Nations al posto dell’all-star game mi sembra molto buona. Ha avuto grande successo in Nord America.
Lei è canadese di nascita e di passaporto, ma ha anche cittadinanza statunitense. È soddisfatto di come è andata la finale USA-Canada?
Si lo sono. Sono nato in Canada, lì sono cresciuto e lì è nato il mio hockey. Certo ho giocato e lavorato per molti anni in USA e sono anche cittadino americano. Sono legato a entrambe le nazioni e sono grato ad entrambe, ma se devo tracciare una linea di demarcazione e dire dove sono, dico sicuramente che faccio il tifo per il Canada.
Foto: Carlo Bassetti
A proposito di NHL. L'anno scorso ci ha detto di tenere per Vancouver. Stanno vivendo una stagione difficile. Al momento stanno lottando per la wild card. Pensa che riusciranno a raggiungere i playoff?
Potrebbero farcela. Ma sono di nuovo senza il loro portiere numero umo, Demko che è già stato fuori per buona parte della stagione. Potrebbe però rientrare a breve e questo significherebbe molto. Poi Petterson in attacco non sta giocando bene e in più hanno avuto problemi di spogliatoio tutto l’anno. J.T. Miller è stato ceduto per questo, ma i problemi sono rimasti, pare. Lo spogliatoio deve essere un luogo divertente e sereno, non si può avere a che fare con tensioni e problemi ancora prima di mettere i pattini. Dico di più, se si guadagnano 80 milioni o più si può trovare un modo per andare d’accordo. Anzi si deve!
Chi vincerà la Stanley Cup?
Domanda difficile a cui rispondere. Con il sistema del salary cap il livello è molto uniforme, difficile scegliere un favorito. Ma se dovessi davvero sbilanciarmi, odio doverlo dire, ma sarà Edmonton. Credo che alla fine sarà il portiere a decidere, ma loro hanno i due migliori giocatori del mondo in campo. (Hanlon si riferisce a Connor McDavid e Leon Draisaitl).
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Analisi dell'assegnazione del Premio a Cristiano Digiacinto - di Podlosky -
La 9ª edizione del Premio Combattività – Gino Pasqualotto 2024/25 se l’aggiudica il #11 biancorosso che succede a Daniel Mantenuto nell’Albo d’Oro del premio.
La stagione regolare 2024/25 è stata abbastanza altalenante e combattuta per i primi posti… con frenate e accelerazioni.
La squadra per tutto l’arco del torneo non è riuscita avere una vera costanza nei risultati e ad esprimere tutto il potenziale di tasso tecnico di cui è dotata. Nonostante questi aspetti l’attaccante numero 11 Cristiano Digiacinto è riuscito ad esprimere sul ghiaccio un impegno costante e una dedizione alla maglia biancorossa, cosa che già aveva messo in mostra lo scorso anno quando a febbraio si era unito ai Foxes, meritando in maniera inequivocabile di alzare il trofeo per quest’anno.
Ora, ad evento concluso, e consegnato sul ghiaccio il trofeo, è possibile analizzare il voto in dettaglio proponendo la classifica finale per i primi 5 posti con le percentuali dei voti validi:
Analisi del voto dei soci di HCBfans e della stampa specializzata (3 preferenze)
Dall’analisi dei dati si nota un vero plebiscito, infatti vi è un’ampia forbice tra i primi due: Digiacinto è al primo posto nelle scelte nel 55% dei casi e al secondo posto nel 16%
Analisi del voto degli abbonati Stesso eisto ha ottenuto il voto tra gli abbonati (che disponevano di un solo voto) dai quali Digiacinto ha preso il 50.0% dei voti di questa categoria, lasciando solo le briciole ai compagni.
Applicazione HCB Foxes La novità, introdotta già da diverse stagioni, di poter indicare il voto attraverso l’applicazione per smartphone fornita dall’HCB, ha dato un buon riscontro numerico di votanti individuando come vincitore Cristiano Digiacinto con il 55,2% che riteniamo possa essere una valida cartina al tornasole per il buon esito generale di tutta la votazione, sapendo che via app. possono votare anche giurati che non hanno per forza seguito con attenzione e regolarità tutta la stagione, il voto è irisultato infatti più disperso.
Sperando che la stagione sia ancora molto lunga, siamo già col pensiero al prossimo giocatore che cercherà di scalzare Cristiano Digiacintodal trono di più “combattivo” per il prossimo anno. Come conclusione è possibile sottolineare il compiacimento della nostra associazione per la partecipazione alla votazione e per tutto il lavoro e l’impegno che ha comportato l’organizzazione e realizzazione di questo evento che, va ricordato, organizziamo annualmente in collaborazione con l’Hockey Club Bolzano.
Adesso cala davvero il sipario su questa edizione con un arrivederci alla stagione 2025/26. Grazie a tutti, il Premio Combattività - Gino Pasqualotto vi da appuntamento al ragguardevole (e, all'inizio di questa avventura insperato) traguardo della 10ª edizione. • Qui il link che vi rimanda alla galleria delle immagini della serata di premiazione 👉🏼 https://mmxx.hcbfans.net/index.php/gallery?2024-2025&events-press&premiazione-p-combattivita-9-edizione |
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- Scritto da Giorgio Sclavi
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L’ultimo pit-stop della regular season nella ICE Hockey League. Quello decisivo.
Dove è ancora possibile correggere le strategie.
Per ottenere il piazzamento più soddisfacente possibile. A salvare i programmi, gli investimenti e la stagione.
Leggi tutto: Assi di bastoni 22 - I bolidi della ICE all’ultimo pit-stop prima dei playoff
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- Scritto da Giorgio Sclavi
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Il 22 febbraio 1980, la squadra maschile di hockey degli Stati Uniti sconfisse l'Unione Sovietica, quattro volte vincitrice della medaglia d'oro, nel girone delle medaglie dei XIII Giochi Olimpici Invernali di Lake Placid, New York. Il futuro biancorosso Mark Pavelich è stato uno di loro. Ce lo raccontano le parole dei suoi compagni di squadra a Bolzano, cucite insieme in una trama di ricordi dalla sensibilità di Andra Scolfaro. Non preoccupatevi se vi sembra lungo e quanto tempo vi impegnerà: ne vale la pena.
L’asfalto è mosso da innumerevoli curve. L’autista è lucido ed attento.
Ha gli occhi sulla tormentata strada di montagna e le orecchie accarezzate dalle morbide note di una chitarra.
Il chiarore di una struggente luna piena si riflette tutt’attorno, agevolando la sua guida.
Il pullman è sulla via del ritorno. Ed i passeggeri riposano profondamente, dopo aver speso molto.
In una delle loro innumerevoli battaglie della stagione.
C’è solo un uomo che ha lo sguardo rivolto verso quella luna quasi abbagliante.
Mentre la guarda, mastica con calma le strofe di “Blowin’ in the wind”.
“How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, 'n' how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, 'n' how many times must the cannon balls fly
Before they're forever banned?
The answer, my friend, is blowin' in the wind,
The answer is blowin' in the wind”…
“Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento”… ➡️ https://www.youtube.com/watch?v=MMFj8uDubsE
L’uomo scandisce le parole dell’ultima strofa con infinita dolcezza, chinando piano piano il capo. Fino a permettere ai suoi riccioli ribelli di lambire il suo amato strumento.
Questo vero e proprio inno alla pace, scritto dal leggendario Menestrello di Duluth, Bob Dylan, trovò spazio in tempi non sospetti nell’Lp “The Freewheelin' Bob Dylan”, capolavoro di oltre 60 anni fa.
Come l’amatissimo Dylan, anche il nostro appassionato chitarrista veniva dal Minnesota.
Terra di confine, immersa in una natura ruvida e rigogliosa. Costellata da oltre diecimila laghi. Dove il popolo, radioso ma riservato, ama nascondersi. Per rigenerarsi nei suoi day off.
All’inseguimento della stessa pace che Dylan contribuì a mantenere, con la sua ispirazione.
Il pullman è arrivato oramai a destinazione e l’uomo ha già riposto la sua chitarra nella custodia.
Con un gesto che gli è oramai abituale, scarica velocemente i suoi effetti personali dalla pancia del automezzo e, senza dire una parola, si congeda dal resto della squadra, con un cenno della mano.
La ricostruzione di questo episodio, corroborata da un pizzico di doverosa fantasia, è stata possibile grazie ai ricordi ed agli aneddoti raccolti tra ex compagni di quella squadra. Che, a cavallo tra il 1987 ed il 1988, conquistò il suo decimo scudetto. Quello della stella. Uno dei prestigiosi simboli della discendenza, cucito sulle casacche biancorosse dell’Hockey Club Bolzano.
L’uomo con la chitarra? Vi chiederete.
Altri non era se non il grandissimo Mark Pavelich.
“Sul pullman, Mark era sempre seduto davanti a me - ci rivela Jimmy Boni, uno dei quattro componenti del pacchetto difensivo di quel Bolzano, assieme a Gino Pasqualotto, Robert Oberrauch e Norbert Gasser -. Amava suonare la sua chitarra. Ed amava ovviamente Bob Dylan.
Era un uomo umile, molto tranquillo. Che stava sempre sulle sue”.
A dare sostanza a questo ricordo di Boni, giungono in soccorso le fotografie pubblicate in quella stagione dalla stampa locale. Specialmente quelle che immortalarono i giocatori nei momenti liberi. Non vi è alcuna traccia di Mark Pavelich. Obbligato dal protocollo a mettersi in posa, solamente in occasione delle foto ufficiali.
“È stato un compagno di squadra incredibile - prosegue Jimmy Boni nel suo racconto - probabilmente il miglior giocatore two way (quando le qualità difensive eguagliano quelle offensive, nda) mai apparso in Italia. Un giocatore con uno stile di gioco unico, che ho amato molto. Perché lui era davvero speciale, un grande”.
Nato il 28 febbraio del 1958 ad Eveleth, in territorio Dakota, i nativi americani che prosperarono lungo le rive del Lago Superiore, Mark Thomas Pavelich ereditò da alcuni suoi avi le sue ancestrali origini indiane. Che manifestò fino in tenera età. Con una condotta inequivocabile.
Fin da bambino, infatti, a Mark piacque trascorrere intere giornate nel bosco. Imparando anche a muoversi in canoa, per raggiungere gli specchi d’acqua più tranquilli, dove poter pescare.
Da adolescente, il contatto con l’hockey su ghiaccio fu una folgorazione per lui. Come per milioni di altri ragazzi, d’altronde, in Nord America.
Dopo essersi fatto le ossa nelle giovanili della franchigia universitaria di casa, i Minnesota Bulldogs Duluth, Pavelich decise di abbandonare gli studi quando nel 1979 lo staff della Nazionale mise gli occhi su di lui.
A volerlo con sè, sul pancone degli Stati Uniti, un altro compatriota: Herb Brooks.
Vero e proprio sergente di ferro di Saint Paul, la città gemella di Minneapolis.
Il ruvido coach del Minnesota selezionò per le Olimpiadi di Lake Placid del 1980 un distinto gruppo di giocatori. Poche stelle ed un pacchetto di gregari disposti a tutto. E lo plasmò a modo suo, privilegiando il bastone alla carota.
Qualche esempio?
Dopo un'amichevole preolimpica, giocata svogliatamente e persa in malo modo, obbligò la sua squadra a sostenere una pesantissima seduta supplementare.
Al buio, e senza rifiatare un solo istante.
Due ore d’inferno.
Qualche giocatore collassò letteralmente sul ghiaccio, altri supplicarono il coach di poter espiare quella punizione in altro modo.
Herb Brooks non volle sentir ragioni. E non si fece impietosire da nulla e da nessuno.
In questo modo fece subito capire ai suoi giocatori che certe leggerezze non le avrebbe ammesse.
Così facendo, riuscì a creare lo spogliatoio perfetto ed a forgiare la squadra di cuori impavidi, che aveva elaborato nella sua testa.
Presupposti di quella trionfale galoppata, verso la medaglia d'oro olimpica di Lake Placid.
Che, a tutti gli effetti, verrà per sempre ricordato come il celeberrimo "Miracle on Ice".
“I russi, i russi, gli americani...”.
Lucio Dalla scrisse la sua meravigliosa “Futura” dopo un viaggio a Berlino.
Salì su un taxi che lo condusse lungo il Muro, fermandosi solo al Check Point Charlie, il passaggio blindato. Tra Berlino Est e Berlino Ovest.
Sorvegliato da russi. Ed americani.
Un dettaglio, che suggestionò la creatività del grande cantautore bolognese.
Una ruspante similitudine, utile solo per riportarci al titanico confronto di Lake Placid.
Quello che oppose Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica.
Primo match del girone finale del torneo olimpico.
Uno dei confronti che hanno contribuito a delineare la storia contemporanea dell’hockey su ghiaccio.
Esattamente 45 anni fa...
22 febbraio 1980: Jim Craig vs. Vladislav Tretiak. Mike Eruzione vs. Sergej Makarov. Herb Brooks vs. Viktor Tikhonov.
1° tempo: Vladimir Krutov (0-1); Buzz Schneider (1-1); Sergej Makarov (1-2); Mark Johnson (2-2) in extremis, al 19’59”!
Ad inizio 2° tempo Vladimir Myshkin subentrò a Vladislav Tretiak. Un cambio che quasi costò i gradi, ed il ruolo di allenatore, al severissimo Viktor Tikhonov. Myshkin non sfigurò ed Aleksandr Malcev infilò Jim Craig (2-3).
Nel 3° tempo: il pareggio di Mark Johnson (3-3); infine, su assist illuminante di Mark Pavelich, il gol decisivo di Mike Eruzione (4-3). Difeso, fino alla sirena finale, da un immenso Jim Craig.
Al Michaels, telecronista per la rete televisiva ABC, commentò così gli ultimi secondi del match: “Undici secondi, vi restano dieci secondi, stanno contando alla rovescia. Morrow passa a Silk, restano cinque secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!”.
Il termine “miracolo” venne plasmato intorno all’evento in quel preciso istante.
Mark Pavelich, al pari di tutti i suoi compagni, vennero portati in trionfo. Il coro che salì imperioso dalle tribune: “U.S.A. U.S.A.”, in voga ancora oggi, venne esportato a tutti i grandi avvenimenti dello sport a stelle e strisce.
Ma non era ancora finita.
Servì un ultimo sforzo, contro la Finlandia, in lotta per la medaglia di bronzo.
Sotto per 2-1, dopo il memorabile discorso alla squadra di Herb Brooks prima dell’ultimo periodo, gli Stati Uniti tornarono sul ghiaccio. A coronare il loro sogno.
E quello di una nazione intera.
Phil Verchota, Rob McClanahan e Mark Johnson firmarono rimonta e sorpasso.
E così, sdoganarono l’impresa.
Pav, come veniva chiamato Mark nel suo ambiente, motore instancabile di quella squadra miracolosa, impedì ai migliori giocatori del mondo di esprimere il loro reale potenziale. Limitandoli grazie alla forza, l’intelligenza e l’abnegazione. In un modo che pochi altri giocatori sono poi riusciti ad esprimere in futuro. In quello che viene identificato idealmente come: l’hockey moderno.
“Per le sue caratteristiche - conferma Gianni Spoletti, backup di Mike Zanier nella Stagione della Stella per l’Armata Biancorossa - Mark avrebbe potuto giocare tranquillamente nell’attuale NHL. Ed essere ancora tra i migliori”.
Una teoria rinforzata da un aneddoto.
“In ogni allenamento Pavelich ebbe cura di ogni minimo dettaglio - continua Spoletti -. Su questo fu sempre rigoroso. Alla fine di ogni seduta era solito chiedere a me o a Mike di fermarci per altri 15 minuti di pratica supplementare: “uno contro zero”.
In cosa consisteva?
“Gli lanciavamo un centinaio di dischi, dietro la porta. Mark partiva a tutta dall’angolo, puntando il nostro slot dritto per dritto, con la sua proverbiale andatura a pendolo. Anche per noi portieri quei momenti furono importanti. Per studiare l’imprevedibilità dell’attaccante. A Mark invece, quei cento dischi quotidiani, servirono per migliorare quello che fu uno dei suoi cavalli di battaglia”.
Il celeberrimo gesto tecnico, iniziato rigorosamente dietro la gabbia, sul quale il portiere avversario finiva immancabilmente ipnotizzato dalle finte di Pav. Lo specchio della porta si spalancava, permettendo a Mark di collocare agevolmente il disco in rete.
“In quelle stagioni a Bolzano - ama ancora ricordare Gianni Spoletti - Mark fu un compagno di squadra esemplare. Un ragazzo di poche parole, ma dal cuore grande. Si rese sempre disponibile ad aiutare i compagni. Specialmente i più giovani. Conscio com’era di guadagnare molto di più”.
Le gerarchie nello spogliatoio, invece?
“Lì, il padrone incontrastato fu ovviamente Kent Nilsson. Ovunque andasse Magic Man, fu inevitabile. Mark, invece, provò certamente ammirazione per lo svedese ma preferì sempre mantenere un profilo basso. Poche parole e tantissimo lavoro. Sempre in soccorso dei compagni di squadra. Avere due fenomeni del genere, tra di noi, fu realmente incredibile”.
Nel tempo libero avete condiviso qualche hobby particolare?
“Certo, andavamo a pescare lungo l’Adige! - rivela l’ex portiere biancorosso -. Mi aggregai spesso con Jimmy Boni, vero professionista della pesca a mosca, alle uscite programmate da Pav.
Erano momenti davvero divertenti e rilassanti. Ogni tanto Mark arrivò di primo mattino in compagnia della figlia Tarja, nel trasportino appoggiato sulle spalle”.
Come, prego?
“Si deve abituare anche lei all’aria frizzante del mattino”, era solito ripetere. Mark era fatto così. Ma molti di noi lo portano ancora oggi nel cuore”.
In fin dei conti, anche Mark Thomas Pavelich da bambino preferì le escursioni nelle foreste che lambivano le sponde del Lago Superiore ai giochetti fatti in cortile con i suoi coetanei. Come un vero cucciolo di indiano Dakota.
Un vero e proprio lago di ricordi, invece, è quello che esonda dal telefono quando chiediamo a Maurizio “Niki” Scudier di aprire il cassetto degli aneddoti di quella memorabile stagione ‘87-‘88.
“L’Hockey Club Bolzano - parte di botto Scudier - chiese chi fosse disponibile ad andare a Malpensa a prendere Mike Zanier e Mark Pavelich. Andammo io, Robert Oberrauch ed Ivo Maurer.
Nilsson Zanier Pavelich
Sul portiere nulla da dire, ma quando ci trovammo Mark per la prima volta di fronte, rimanemmo allibiti. Jeans bucati, casacca a stelle e strisce di una taglia enorme, Timberland usate come pantofole, con le caviglie scoperte. In una mano la chitarra. Nell’altra la canna da pesca”.
Da quel momento, però, iniziò un momento nella vita di “Niki”. Che non potrà mai scordare.
“Quella stagione - ammette - non fu bella. Di più. Sotto ogni punto di vista. Con Kent Nilsson e Mark Pavelich al nostro fianco crescemmo tutti moltissimo. Lo svedese fuori dal ghiaccio era più compassato. Mark invece era il classico spirito libero. Di poche parole. Ma con battute ironiche davvero affilate”.
Come se stesse ancora vivendo una delle indimenticate vigilie dei big-match contro Merano o Varese di quella stagione, Maurizio Scudier snocciola le fantastiche linee d’attacco di quell’anno.
“Pavelich agiva da centro - ricorda - come sue ali ruotavano Martin Pavlu, Hubert Gasser ed il sottoscritto. Nilsson invece aveva preferibilmente Lucio Topatigh e Bruno Baseotto ai fianchi. E a volte mi alternai anch’io. Nelle situazioni di powerplay, il Bolzano prendeva letteralmente il volo. Offrendo spettacolo puro alle tribune del Palaghiaccio di via Roma”.
Quando scattava la superiorità, The Magic Man, lo svedese dai guanti bianchi, lasciava che fossero i compagni ad impostare l’azione. Restando immobile lungo la balaustra, a cavalcioni della linea blu, sulla destra del portiere avversario. Appostato come un predatore.
Spesso era proprio Mark Pavelich ad uscire di zona con il disco. Ed a quel punto l’intesa con Nilsson scattava immediatamente. Scarico sullo svedese e fuga a presidiare il suo amato angolo. A quel punto Nilsson entrava nel terzo offensivo a sinistra della gabbia. Avendo due opzioni. O serviva l’altra ala (Pavlu o Topatigh, alla bisogna) oppure restituiva il puck a Pavelich. Il pacchetto avversario del penalty killing ondeggiava a destra e Mark fulmineamente restituiva il disco a Nilsson, già in attesa dell’assist a sinistra, con la sua Christian pronta ad esplodere il tiro.
La traiettoria era spessissimo indirizzata all’incrocio dei pali.
E per il portiere avversario c’era davvero poco da fare...
“Vederli giocare insieme era davvero favoloso - incalza Maurizio Scudier -. Pavelich in quella stagione perse non più di dieci ingaggi. E non si fece mai intimidire da nessuno”.
Qui, si apre - rigorosamente - un capitolo a parte. Scudier inizia a raccontarlo.
“Stagione ‘88-‘89, Asiago ingaggia Perry John Turnbull. Un fighter con oltre 600 partite in NHL. Fisico scultoreo, mani di pietra e carattere alquanto suscettibile. Giochiamo contro i veneti e Turnbull si presenta con un crosscheck pesantissimo su di me. Seguito da un’altra carica folle su Norbert Gasser. Che finisce a testa in giù sul ghiaccio, dentro la nostra gabbia. Dal pancone si alza Mark Pavelich, insegue Turnbull e quando se lo trova davanti gli piazza la stecca al collo. I due si dicono qualcosa mentre Mark si porta Perry John in giro per la pista, con la sua Christian in tubo di alluminio (il primo giocatore in Europa ad usarla fu proprio Pav, nda) puntata sulla giugulare. Incredibilmente Perry John Turnbull non reagì e tutti noi non potemmo credere a ciò che stavamo vedendo”.
Solo l’anno seguente, quando Maurizio Scudier e Robert Oberrauch atterrarono a Minneapolis, per godere dell’ospitalità di Mark Pavelich e trascorrere qualche settimana a casa sua proprio a Duluth, in Minnesota, i due compagni di squadra ebbero modo di comprendere la pregressa ostilità esistente tra Mark e Perry John Turnbull.
“I locali dell’aeroporto - incalza nuovamente Maurizio Scudier - erano totalmente ricoperti da immagini inneggianti proprio al Miracle on Ice. Ben sapendolo, Mark ci venne a prendere mezzo camuffato, cappello ed occhiali da sole, con un gigantesco pick-up. A bordo del quale c’erano due canoe. Quando arrivammo a casa sua, Mark ci svelò l’arcano. Tirò fuori una cassetta Vhs in cui erano registrate le immagini di un datato New York Rangers-Saint Louis Blues. Durante il quale Turnbull caricò Pavelich con l’usuale violenza. L’azione fallosa scatenò l’inferno tra le due squadre. Quando Mark si riprese dal crosscheck, entrò come una furia nel pancone dei Blues. Prendendo Turnbull per le orecchie e riportandolo sul ghiaccio. Pronto a consumare la sua vendetta. Furono separati a fatica e solo allora capimmo cosa accadde realmente, anni prima, tra di loro”.
Anche Maurizio Scudier, come fatto in precedenza da Jimmy Boni e Gianni Spoletti, non può non rammentare la bellezza e la squisitezza del ragazzo altruista e generoso, che fu Mark Pavelich.
Il mattino seguente la lunga chiacchierata con “Niki” Scudier, arriva dalla East Coast degli States la mail di un personaggio che, ancora oggi, reputo straordinario.
Che ha ricevuto dalla sua carriera un’abbondante contropartita a tutti i sacrifici fatti per emergere. E dalla vita, o per meglio dire: dal destino, una determinante “seconda opportunità”.
Uno dei centri più forti e completi che mai siano arrivati in Italia. Capace anche di generare un legame affettivo inscindibile con la nostra amata Hockeytown: Gaetano Orlando.
Dopo ben 16 anni trascorsi a curare lo scouting dei New Jersey Devils, da tre stagioni Gates lavora con le stesse mansioni per una delle franchigie di New York.
Non gli amati Rangers di Pav. Ma gli Islanders.
“Scrivo in italiano, Andrea. Anche se non è dei migliori!”
Gates riesce a strappare un sorriso. Poi, quando inizia a sfogliare il suo album dei ricordi, le sue parole si fanno davvero toccanti.
“Pav era un uomo diverso.
Per me, non si è mai preoccupato di ciò che gli altri pensavano di lui.
Ha sempre camminato al suo ritmo. O, come si dice in inglese: "marched to his own drummer"!
Quando sono arrivato in Italia, a Merano, ed ho visto la rosa del Bolzano, sapevo gia che Pav sarebbe stato il giocatore chiave della squadra.
Nilsson era uno spettacolo. Però Mark era sempre il cervello ed il motore.
Era un giocatore sottovalutato. Ma a lui andava bene così.
Sempre discreto nel suo lavoro. E SEMPRE costante.
Quando ho visto Mark davvero felice era quando aveva vicino sua figlia Tarja o suonava la chitarra. Da solo o con Paolo Casciaro. Con il cigarello in bocca.
E quando parlava della pesca, c'era sempre un sorriso...
Queste cose erano le sue vere passioni.
Secondo me, Pav non era entusiasta di essere un idolo per il suo pubblico.
L'hockey per lui non era la cosa più importante.
Era un uomo semplice, e piuttosto chiuso, con quelli che non lo conoscevano.
Gates”.
Cos’altro aggiungere?
L’ultima testimonianza, sulla figura del compianto protagonista del “Miracle on Ice”, giunge quasi dall’altro capo del mondo. Dalla West Coast. E più precisamente: Vancouver.
Ron Chipperfield, il primo capitano della storia degli Edmonton Oilers in NHL ed il primo “NHLer” a giungere in Italia, nel settembre del 1981, per giocare con l’Hockey Club Bolzano (creando anche un legame indissolubile tra la sua esistenza e la nostra città) ci regala qualche minuto del suo tempo. Giusto per regalarci il suo personale ricordo di Mark.
“Nell’estate del 1987 - ci ricorda l’ex giocatore e poi manager dell’Hockey Club Bolzano - la società biancorossa mi diede disponibilità molto più ampie del solito per gestire il mercato. Trattare con Kent Nilsson e Mark Pavelich non fu affatto un problema. Mark, in particolare, mi chiese solo qualche giorno per parlare con la famiglia ed organizzare la loro partenza per l’Italia”.
Chipperfield rivela altri dettagli delle due transazioni.
“Dopo l’ingaggio della stella svedese, dotato di un gioco molto offensivo, dovetti equilibrare questa caratteristica con un centro che fosse invece in grado di fare senza problemi le due fasi. E Mark fu la perfezione, in questo. In passato i New York Rangers poterono giocare tutto campo grazie alle straordinarie attitudini di Mark Pavelich. Ogni allenatore vorrebbe uno come lui in squadra”.
Il discorso scivola poi sull’inevitabile paragone tra i due fenomeni. Ron si presta volentieri.
“I loro caratteri erano estremamente diversi - ricorda -. Mentre Kent era gioviale ed in allenamento, come in partita, si divertiva realmente, Mark invece era più taciturno e sul ghiaccio sgobbava come un matto. Entrambi però sono sempre stati un esempio molto fortificante per il resto della squadra. Perché estremamente disciplinati”.
L’ultimariflessione di Ron Chipperfield, inevitabilmente la più toccante, chiude la nostra cordiale chiamata intercontinentale.
“Porterò sempre dentro di me un ricordo bellissimo di Mark. Uomo di poche parole ma di grande cuore. Amava i suoi compagni di squadra, specialmente i più giovani. Un ragazzo veramente d’oro. Che ha chiuso tristemente la sua vita”.
Il 5 maggio 2021, attraverso un social, riuscimmo a contattare Jean Pavelich Gevik, la sorella di Mark. Nostro intento:confezionare una bella intervista.
Allo scopo di far emergere la figura ed il ricordo del suo caro.
Jean non potè acconsentire. E questa fu la sua risposta alla richiesta.
“Ciao Andrea, sembra un bellissimo omaggio a mio fratello. Ma, ho già un accordo. Per lo stesso motivo. E non posso creare eventuali conflitti. Ci vorrà molto tempo prima che possa sciogliere questo vincolo. Ma conserverò i vostri contatti e vi aiuterò. Grazie per l’opportunità di mantenere viva l’eredità di Mark. Un caro saluto, Jean”.
Dedicato alla sua memoria ed alla sua figura, il 13 marzo dello scorso anno un gruppo di leggende della NHL, guidato dall’ex capitano dei New York Rangers, Barry Beck (“Un grande uomo ed un grande campione - ricorda proprio Jean -. Che sul ghiaccio guardò sempre le spalle a Mark...”) ha dato ufficialmente vita a Sauk Centre, località del Minnesota dove Pav trascorse gli ultimi anni della sua esistenza, all’organizzazione no profit denominata: “The Ranch - Teammates for Life”, la cui struttura è una sorta di memorial. Che ospita persone bisognose e le sostiene attraverso un cameratismo condiviso, costruito sulle stesse passioni di Mark: gli animali, la pesca, la musica e la vita all’aria aperta.
Prima di lasciarci, Pavelich contribuì con diverse donazioni alla realizzazione dell’opera. E chiese ai suoi familiari di fare altrettanto.
Sul patio di “The Ranch” sono state erette due statue.
Una raffigurante Mark. L’altra, un marine. Poste una davanti all’altra.
Insieme, reggono la bandiera degli Stati Uniti d’America.
Un’immagine che vuole ricordare l’importanza della fratellanza e della cooperazione.
“I russi, i russi, gli americani. No lacrime, non fermarti fino a domani...”.
Mark Thomas Pavelich, per un’ironia del destino, è mancato proprio il giorno in cui nacque Lucio Dalla, il 4 marzo 2020.
Nel suo testamento, moltissimo dello stesso amore per il prossimo.
Quello che riempì gran parte della sua miracolosa vita.
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- Scritto da Giorgio Sclavi
- Categoria: Notizie generali HCBfans.net
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