In attesa di gara 3 delle semifinali, oggi pomeriggio ore 16:30 alla Eisarena a Salisburgo, proponiamo Assi di bastonio #27: importanza dei "momenti" che nello sport hanno il potere di decidere un'intera stagione, ovviamente legati alla storia del HCB.
Non so cosa dirvi, davvero.
Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale.
Tutto si decide oggi.
Ora noi, o risorgiamo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l'altro, fino alla disfatta.
Siamo all'inferno adesso, signori miei. Credetemi.
E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell'inferno, un centimetro alla volta.
Dovrete guardare il compagno che avrete accanto, guardarlo negli occhi.
Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi.
Che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra.
Consapevole del fatto che, quando sarà il momento, voi farete lo stesso per lui.
Questo è essere una squadra signori miei.
Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente.
È il football ragazzi, è tutto qui.
Allora, che cosa volete fare?”...
Lo straordinario discorso motivazionale di Tony D'Amato, il coach dei Miami Sharks interpretato da Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”, potresti trasferirlo a qualsiasi sport si voglia.
Manterrà sempre quel vigore e quell'energia.
Utili a scuotere non soltanto l'orgoglio di squadra, a pochi istanti dal suo match della vita.
Ma anche quelli individuali. Di ogni singolo giocatore.
Rivolto com'è, ad ogni maledetto team con le spalle al muro.
Come il Bolzano, alla vigilia di gara3 di semifinale 2024-'25. Una delle più delicate della sua storia.
Centimetri.
Sono quelli che nello sport possono decidere l'ascesa al trono di ogni pretendente che si rispetti. Fu così quando John Bellio, in un Bolzano - Merano di semifinale di campionato italiano, stagione '85-'86, sparò di rovescio un disco senza pretese verso la porta difesa da Giorgio Tigliani.
Un disco quasi tranquillo.
Che Giorgione avrebbe parato cento volte su cento. In condizioni, diciamo, “normali”.
Ma si era sul 4-4, ad una manciata di minuti dalla sirena del terzo periodo.
La tensione stava salendo fino a toccare il fondo scala. Miscelandosi all'adrenalina delle grandi occasioni. E dei momenti inappellabili.
Merano, uno dei migliori mai visti, già sotto 1-0 nella serie per aver perso in casa 7-5 in gara 1, stava lanciando gli ultimi assalti con le sue micidiali linee d'attacco.
Determinato com'era, nel voler pareggiare i conti.
Su quel tiro di Bellio, una sorta di liberazione a pulire la zona neutra, Giorgio Tigliani perse il contatto visivo sul disco, a causa del traffico davanti allo slot.
Bellio (vicino a Pasqualotto) e Giorgio Tigliani (fra il presidente Pichler e Trisorio) nella stagione 82/83 insieme nel HCB.
Finì per ritrovarselo, subdolo e maligno, a meno di due metri dalla sua gabbia.
Il portierone del Bolzano aprì istintivamente il compasso. Per respingerlo col gambale sinistro.
Ma il puck finì la sua corsa in rete. Passando in quel centimetro di luce tra il gambale ed il ghiaccio.
Merano vinse 5-4 in via Roma e poi non fallì il secondo tentativo in via Mainardo. Eliminando i biancorossi dalla corsa verso lo scudetto, vincendo la “bella” per 6-3.
Poi la storia narra che i meranesi, trascinati da due implacabili cannonieri come Mark Morrison e Frank Nigro, piegarono alla “bella” anche l'Asiago di Lucio Topatigh, nuovo e luminoso astro dell'hockey italiano. Un 10-6 d'apoteosi d'altri tempi, se vogliamo paragonarlo ai risultati chiusi e controllati che si vedono oggi. Che valse il primo dei suoi due scudetti in bacheca.
Quel centimetro fatale, sul rovescio senza credito alcuno di Giovanni Bellio, determinò le gerarchie. E l'ascesa al trono del Merano, targato Lancia. Quello, per inciso, dell'indimenticato Bryan Lefley...
Millimetri, se ora volessimo esagerare per troppo amore nei loro confronti.
Quelli che hanno negato ai biancorossi di sbloccare il loro vantaggio gara1 di semifinale a Salisburgo, proprio martedì scorso.
Quelli in eccesso. Sull'incrocio dei pali colpiti da Chris DiGiacinto e la successiva traversata di cinque metri sul tiro al polso di Adam Helewka. Che, se non ci fossero stati, avrebbero raccontato un'altra storia agli avventori di passione racchiusi alla EisArena di Salisburgo.
Un gran bel Bolzano, quello visto nel primo periodo di gara1. Bello, compatto, grintoso, determinato. Elementi fondamentali, se vuoi avere occasioni concrete contro i Tori Rossi.
Peccato che, nel secondo parziale, i Foxes siano venuti meno.
Dapprima in disciplina.
Concedendo troppi minuti di inferiorità all'avversario di rango.
Eppoi in precisione al tiro.
Proprio quella che non vuole saperne di abbandonare il corpo della nostra squadra del cuore.
Molti di noi, infatti, si saranno ritrovati ad imprecare in piedi sul divano di casa quando Braden Christoffer si è ritrovato solo davanti a quell'immenso demone di bravura che è Atte Tolvanen.
Con il classico disco di platino da spedire in rete.
Senza lasciare la minima attenuante al portiere finlandese.
Il duello, che poteva portare ancora una volta in vantaggio l'Armata Biancorossa, lo ha vinto in freddezza la trentenne piovra di Vihti, sobborgo alle porte di Helsinki. Lasciando Christoffer a gestire la disperazione per l'occasione fallita. Ed alle mogli e compagnia dei telespettatori biancorossi, noi compresi, l'ennesimo rimprovero. Per aver maltrattato il divano buono di casa.
Dopo aver nuovamente battuto altre vie, nella speranza di aprire finalmente il tabellone con il gol del vantaggio, ai biancorossi si sono spesi contemporaneamente sia la luce che il cervello. Improvvisamente.
intercettare un disco dietro la sua porta. Gesto compiuto a velocità troppo compassata.
Ritrovandosi sotto 0-3. In appena cinque minuti di gioco effettivo.
Immaginiamo che molti abbiano spento la tivù. Scegliendo la silenziosa discrezione di un buon libro allo scenario di dolore e sofferenza in cui i biancorossi erano precipitati.
A parte tutto, non è la prima volta che questi improvvisi ed inspiegabili chiari di luna appaiono, certamente non graditi, lungo la stagione in corso. Specialmente a Salisburgo.
Lo scorso 2 febbraio, ad esempio. E più o meno con la stessa modalità. Sempre nel secondo tempo. Già sotto 2-0, l'Armata Biancorossa andò silenziosamente verso un patibolo rappresentato da quattro ulteriori gol subiti. Racchiusi in poco più di 10 minuti di gioco.
Un evento che ha indignato anche il Dottor Key. Il cui accorato grido di dolore venne scrupolosamente irradiato dalla stampa locale.
Furono i giorni in cui gli ambienti vicini alla squadra si interrogarono sul motivo della presenza di Tom Pokel in tribuna, durante una seduta di allenamento.
Quando la foto del coach di Green Bay, Wisconsin, intento a riprendere alcuni circuiti tecnici di Glen Hanlon, diventò virale sui social, tutti a farsi la stessa domanda: “Vuoi vedere che il tecnico che ci ha regalato la prima Ebel non è venuto in Italia solo per una visita di cortesia?”.
Centimetri.
Come quelli che Bernd Brückler, proprio il goalie dei Red Bull nel 2013-'14, lasciò scoperti alla sua sinistra quando partì la rasoiata vincente di Ziga Pance, al minuto 71'27”.
Quello che accadde dopo, in quel 13 aprile del 2014, fu un inappagabile momento di gloria che la società, lo staff, la squadra ed ogni singolo appassionato biancorosso sentirà suo per sempre, in egual misura.
Quella memorabile serie di finale iniziò benissimo per i biancorossi. Con una straordinaria tripletta di David Laliberté in gara1. Red Bull seppelliti 6-1 all'EisArena e spediti sull'orlo dell'inferno quando al Palaonda vennero nuovamente inflitti per 4-2.
Quella gara2 è stata un match incredibile, che raccoglie una montagna di emozioni e le distribuisce unicamente nel terzo tempo. Durante il quale l'Armata Biancorossa ribaltò letteralmente il vantaggio delle Lattine realizzato da Thomas Raffl al 10'34". Reagendo da grande squadra e rispondendo con Marco Insam e MacGregor Sharp. E chiudendo ogni discorso, ad un minuto dalla sirena finale, con lo sprint lanciato da Trent Whitfield. A superare il marcatore diretto, raggiungere il disco e collocarlo nella porta vuota. Per uno degli empty-net-goal più belli ed elettrizzanti della storia biancorossa.
Gara3 e 4 non ebbero invece storia. Perché Salisburgo, in quelle circostanze, mandò il primo storico messaggio di monitoraggio in direzione del Bolzano. "Voi avrete il fantasmagorico Cuore Biancorosso a sostenervi. Ma noi, a prescindere, non molliamo mai!".
7-2 al Salisburgo e 3-5 al Palaonda. Tutto tornò in equilibrio. Con la “bellissima” gara5 da disputarsi nell'insidiosa EisArena.
Il momento di vincere. Privilegio per una soltanto.
L'ascesa a quel trono, per Re Bolzano I°, fu tutta racchiusa nell'azione decisiva.
David Laliberté che irrompe in zona neutra, alla destra di Brückler, riuscendo a ributtare nel terzo di difesa austriaco un disco che potrebbe farsi interessante, MacGregor Sharp che lo raccoglie conducendolo in backdoor. L'attimo in cui il nostro numero 16 vede il movimento al centro di Ziga Pance, l'assist al bacio e lo schiaffo dello sloveno di prima intenzione.
Brückler, quel disco, lo vide arrivare. Ma non riuscì ad impedire che si infilasse a fil di palo.
Centimetri...
Venerdì sera, giorno non banale di una settimana in cui le emozioni si sono susseguite a ritmi sincopati, l'ingresso al Palaonda è stato uno di quei momenti in cui ci si sofferma a considerare.
La sera prima a Milano, al “Giuseppe Meazza”, con lo staff del Comitato FIGC di Bolzano. Per assistere all'ultimo capitolo della leggendaria saga tra Italia e Germania.
In quel piattone di Giacomo Raspadori, un colpo sicuro, parato con la punta del piede sinistro da Oliver Baumann, semplice questione di centimetri..., abbiamo intravisto qualcosa di velatamente abituale. Ovvero lo spreco di un'occasione irripetibile. Che avrebbe potuto dare un altro volto al match. E quell'immagine di gioia, strozzata sul più bello, ci ha accompagnato.
Fino alla serata di gara2 tra Foxes e Red Bull.
I 6.000 del Palaonda non potrebbero competere con i 60.000 di San Siro. Ma non avremmo dubbi a scegliere i primi se dovessimo collocare il nostro sassolino su uno dei piatti della bilancia.
L'avvio del match non può e non deve sorprendere.
Salisburgo alza unaltissimo, fino a renderlo quasi irrespirabile. La costruzione dal basso diventa quasi irrealizzabile nel dogmatico “Defense First” di coach Hanlon.
Col passare dei minuti il Bolzano trova più efficaci linee di passaggio. Anche se gli austriaci danno sempre quell'impressione di essere capaci di stare molto più sul pezzo rispetto ai loro avversari.
Peter Hochkofler riuscirebbe a litigare ed a seminare zizzania anche con l'addetto della Zamboni. Il suo odio nei confronti di tutto ciò che è biancorosso è oramai risaputo. Ma è proprio lui, uscendo dalla panca puniti, ad affiancare Troy Bourke in breakaway.
Suggerire intelligentemente l'assist al canadese e battere Harvey.
Atte Tolvanen, dall'altra parte, si fa trovare invece prontissimo, in ogni circostanza.
Molto di questo ciclopico duello di semifinale risiederà inevitabilmente nelle sottili differenze degli episodi, che coinvolgeranno due dei migliori portieri della Lega.
Passano quattro minuti di gioco. Ed in zona neutra il Bolzano perde un altro disco in modo sanguinoso. Benji Nissner può ringraziare per l'inatteso omaggio. Ed i Tori Rossi si trovano sullo 0-2 con la complicità dell'avversario.
Gara2 è ancora lunga. Ed il Bolzano la riapre velocemente.
Nel primo powerplay del periodo centrale.
Assist da Mille e una Notte di Adam Helewka per Braden Christoffer, appostato come un rapace davanti a Tolvanen. Tocco maligno del numero 3, a cui i playoff si addicono particolarmente, e Palaonda che può finalmente esplodere.
Le parti si sono ribaltate. Ora sono i Foxes a profondere il loro momento migliore.
Dustin Gazley e Luca Frigo hanno due occasioni da neuro.
Salisburgo deve ricorrere ad altre due penalità nel tentativo di frenarli.
Affidandosi alla serata di grazia attraversata dal loro portiere.
Atte Tolvanen ha tutto l'appoggio del penalty killing. Ma l'ultima pezza ce la mette sempre lui.
I biancorossi sanno che l'avversario andrà lavorato sulla lunga distanza.
Tony Salinitri si prende tutte le responsabilità che gli spettano. Ma il risultato resta fermo sull'1-2.
Nel terzo periodo i Red Bull controllano. E riescono anche a spezzare in modo più efficace, sul nascere, il gioco avversario in zona neutra.
I piccoli dettagli di cui sopra, relativamente agli episodi che coinvolgono direttamente i due goalie, sono decisivi nel momento di maggior pressione del Bolzano.
Minuto 18'30” del terzo tempo.
Tolvanen toglie la cintura di sicurezza, per andare ad intercettare un disco dietro la sua porta. Gesto compiuto a velocità troppo compassata.
Mike Halmo è lesto a raccogliere quel puck ed a servire Dustin Gazley. Tolvanen si oppone ma è totalmente scomposto. Sul rimbalzo d'oro, Simon Bourque rimette in parità il match.
Il tripudio che scende dalle tribune del Palaonda è un qualcosa che ha del travolgente.
Ma questi sono i playoff. Ciò significa che dietro l'angolo di ogni decimo di secondo potrebbe nascondersi l'insidia capace di far saltare il banco.
Passano 34 secondi, durante i quali i Tori Rossi non attendono la sirena per giocarsi tutto all'overtime.
Peter Schneider scende rapido sulla destra. Braden Christoffer non lo intercetta, Jason Seed invece si oppone alla sua spatola sulla linea di tiro dell'attaccante austriaco. Il disco impatta il bastone del difensore provocando un impercettibile movimento ascensionale. Sam Harvey però è una protezione del suo palo.
Come accadde a Giorgio Tigliani, quasi quarant'anni prima, il Santo cento volte su cento quel tiro l'avrebbe parato senza indugio. Ma quell'impennata improvvisa ha finito per tradirlo. Non si saprà mai dove sia realmente passato quel disco. E quanto distante fosse Harvey dalla sua gabbia.
L'inezia di qualche fatale centimetro, rimarrà la risposta a tutte le domande.
Il 3-2 esterno è un dolore improvviso. Che spazza via tutto, lasciando vuoto ed infinita amarezza.
Il Salisburgo è volato sul 2-0 nella serie.
Ed oggi alla EisArena, per l'Armata Biancorossa, in gara3 sarà imperativo stoppare la sua repentina ascesa al quarto trono consecutivo.
“Allora, che cosa volete fare?”...