Testa, gambe e cuore...
Quando conta davvero, e la posta in palio è alta, sono questi i valori sui quali un vero atleta fa enorme affidamento.
Può essere allenato al punto da superare con ampio margine il gap delle sue potenzialità tecniche. Ed aver portato oltre l’inimmaginabile la sua capacità di sopportare la fatica ed il dolore fisico.
Ma, una volta calato nel pieno della competizione, se non saprà attingere dai serbatoi di queste risorse, sarà sempre costretto ad assistere alle vittorie altrui.
I venticinquesimi Giochi olimpici invernali, quelli che stanno volgendo verso la cerimonia di chiusura, in programma domenica prossima all’Arena di Verona
(trasmessa in mondovisione a partire dalle ore 20.30), hanno omaggiato il nostro Paese e la magnificenza delle sue montagne, mettendo in passerella davanti all’enorme bacino degli osservatori (in diretta televisiva e non) una
spettacolare sequenza di competitori, uomini e donne leggendari, record mozzafiato, trionfi, drammatiche sconfitte, tragici accadimenti sportivi ed il suo agonistico lascito spirituale, che verrà analizzato dall’immancabile stuolo di critici ed esperti quando la fiamma olimpica, simbolo di continuità ed unione, verrà spenta entro l’anfiteatro di piazza Bra, al cospetto di chi potrà permettersi l’onerosissimo biglietto d’ingresso (oscillante tra i 950 e gli 8.000 euro!).
In mezzo a tutto ciò, ed all’incredibile escalation delle medaglie raccolte dagli azzurri, la splendida Arena Santa Giulia, a braccetto con il più sobrio Milano Rho Ice Hockey Arena, hanno ospitato le gesta della Nazionale italiana di hockey su ghiaccio.
Un Blue Team che ha vissuto con dignità la sua esperienza olimpica. Uscendo dalla competizione con la personale classifica disadorna di punti ma con un importante bagaglio di aspettative quando, dal 15 al 31 maggio, si giocherà le sue possibilità di salvezza nel corso dell’89° campionato mondiale Top Division in programma nella vicina Svizzera, tra Zurigo e Friburgo. Evento che subì l’annullamento a causa del Covid, nel maggio del 2020, ma che ora finalmente potrà vivere il suo tanto atteso momento di gloria.

Damian Clara vs. Resto del Mondo?
Il torneo olimpico degli Azzurri, giocatosi interamente a Milano, ha inevitabilmente diviso in due la ruspante platea composta da addetti ai lavori, esperti, tifosi, semplici simpatizzanti, smargiassi e palesi contestatori.
“Realisticamente scettici vs. Inguaribili ottimisti”
Una sfida a singolar tenzone, vissuta prevalentemente sui social.
Dalla quale è emerso un principio potenzialmente discutibile:
“Se non fosse stato per Clara... chissà quante reti avremmo potuto subire”.
Una locuzione al limite dello sgradevole, che non rende l’effettivo merito alle prestazioni del collettivo azzurro, specie nel corso dei primi due impegni del girone, contro Svezia e Slovacchia.
Il reale obiettivo di questa spedizione, comandata dall’head coach Jukka Jalonen e da Stefan Mair e Giorgio De Bettin, suoi fedeli associati, era ed è sempre stato unico ed insindacabile.
Fungere da “crash test dummies” in questa proibitiva esperienza nell’Olimpo dell’hockey internazionale. In attesa di affrontare mari meno perigliosi, quelli che si affronteranno in Svizzera, nella prossima Top Division. Quando, da 12, le nazionali più forti del mondo saliranno a 16.
Come sottolineato su TuttoHockey da Daniele Amadasi (giornalista, scrittore ed opinionista milanese, grande conoscitore delle vicende dell’hockey nazionale ed internazionale), il bilancio del Blue Team può indubbiamente apparire deficitario.
Quattro sconfitte su altrettanti match, 4 gol fatti e 22 subiti (su 210 tiri avversari), unite alla pesante débâcle patita dalla Finlandia (0-11), non giocherebbero a favore della causa azzurra.
Però, se facessimo un raffronto tra la nostra Nazionale e l’altra Cenerentola olimpica, ovvero la Francia (con Austria, Ungheria e Slovenia tra i team “abbordabili” in Top Division) ci accorgeremmo che riporre fiducia sulla bontà del progetto “Blue Team 2026” non sarebbe del tutto un azzardo.
I transalpini, infatti, hanno realizzato 6 gol subendone 25, ma incassando 56 tiri in meno.
Grazie alla solidità di Damian Clara e Davide Fadani
(ma anche allo spirito di abnegazione ed al carattere dimostrato dal collettivo), l’Italia ha fatto soffrire la Svezia per almeno 50’ ed è rimasta in partita fino al 60’ contro la Slovacchia.
A tal proposito, chi avrebbe mai immaginato che Jukka Jalonen concedesse ai suoi uomini l’opportunità di giocarsela a viso aperto, fino in fondo? Inserendo il sesto uomo di movimento, a voler dimostrare a quelle due galassie del firmamento dell’hockey che sarebbe potuta bastare una sola stella in più per generare il più clamoroso ed inatteso buco nero della loro storia hockeistica?
Alla fine, Svezia e Slovacchia si sono salvate dalle rispettive situazioni di imbarazzo, in occasione dell’incrocio con gli Azzurri. I quali, non avranno tradizione, tanto meno un bacino d’utenza abbastanza grande per creare un movimento nazionale degno di questo nome, un programma tecnico pluriennale d’avanguardia come quello sul quale possono contare realtà come Svizzera e Germania, però... se giocassero di frequente così, con “Testa, gambe e cuore”, una chance in più sull’avversario potrebbero anche meritarla, prima o poi.
Visto che stiamo dimostrando di simpatizzare per gli “Inguaribili ottimisti”, perché non decidere di rilanciare la sfida ripartendo dalle certezze offerte dai nostri portieri, visto che possiamo vantarle?
Inoltre, come sottolineato da Amadasi, per lo staff tecnico azzurro, l’aver speso l’esperienza olimpica contro avversari abituati a ruotare “a quattro linee” e ad imprimere al match ritmi ed intensità sostanzialmente diversi dalla realtà dei club della ICE, laddove provengono la maggior parte dei convocati, potrebbe essere stato un vantaggio, in prospettiva, per veicolare uno specifico lavoro tattico?
In Svizzera, a maggio, il girone dell’Italia sarà composto da: Canada, Slovacchia, Repubblica Ceka, Svezia, Norvegia, Danimarca e Slovenia. La corsa andrà impostata sulle ultime tre identità, considerando ragionevolmente inavvicinabili le prime quattro.
Soprattutto il match contro gli sloveni sarà di capitale importanza.
Staremo a vedere...
Mentre siamo intenti a redigere la nostra nuova rubrica, e prima di addentrarci nuovamente nel mondo che ci riguarda più da vicino, quello della ICE, a Milano sono in corso i match valevoli per l’accesso alle semifinali.
Nel pomeriggio, una solidissima Slovacchia non è stata impensierita dalla “miglior Germania di tutti i tempi”, come era stata definita alla vigilia del torneo olimpico.
La presenza della stella più luminosa, Leon Draisaitl, straordinario centro degli Edmonton Oilers e compagno di banco di un certo Connor McDavid, non ha evitato ai germanici un’eliminazione abbastanza cocente, figlia di un organico poco equilibrato e coeso, apparso in chiara difficoltà fin dalle prime battute della competizione.
Un match che rimarrà nella storia di questa edizione dell’Olimpiade invernale è stato invece il quarto di finale tra Canada e Repubblica Ceka. Deciso, dopo soli 82 secondi di overtime, da uno strepitoso gol di rovescio all’incrocio di Mitch Marner, penetrato come un coltello nel burro nella tenaglia difensiva orchestrata malamente su di lui da Ondrej Kase e Radim Simek.
I ceki hanno gettato alle ortiche una colossale opportunità di rispedire al mittente sia McDavid che i suoi illustri compagni. Giocando nel modo piu gagliardo possibile. Al cospetto della più talentuosa scuola hockeistica del pianeta. Sfruttando a suo vantaggio anche la malaugurata uscita di scena di un totem come Sid Crosby.
Più precisamente, quando si sono ritrovati in vantaggio per 3-2 a 7’ dalla sirena finale, grazie ad una prodezza di Ondrej Palat, su azione viziata dalla clamorosa presenza sul ghiaccio di un sesto uomo di movimento per la Cekia, non visto dagli arbitri e tantomeno dal pancone canadese.
Dopo aver resistito 4’15” all’uragano sollevato da Macklin Celebrini e Nathan McKinnon, la Repubblica Ceka è stata costretta ad incassare il 3-3 a 207 secondi dalla sirena.
Non un gol banale. Ma un meraviglioso colpo di spatola al volo, preciso e maligno insieme, con il quale Nick Suzuki ha trovato il fatale pertugio (vocabolo tanto caro ad un maestro come Franco Bragagna!, nda) tra i gambali di Lukas Dostal.
Mentre al di là dell’Oceano un’intera Nazione stava rianimandosi dallo spavento, a qualche respiro dalla sirena finale Martin Necas si è creato l’occasione capitale, uncinando il disco in zona neutra e partendo dritto per dritto, in breakaway, verso la gabbia di Jordan Binnington.
Attimi di puro terrore, in Canada. L’illusione di un miracolo al fotofinish, in Cekia.
Il numero 98 ceko ha pregustato l’impresa storica. Da regalare al suo popolo ed a se stesso. Puntando anch’egli lo spiraglio tra i gambali del portierone dei St. Louis Blues.
Ma Binnington, contrariamente a Dostal, non si è fatto ingannare allo stesso modo.
Sempre all’overtime, al termine di un match altamente drammatico, straordinaria impresa della Finlandia sulla Svizzera, nel classico confronto da “dentro o fuori”. L’ambito dove i finlandesi dimostrano di essere veri e propri maestri nell’auto-controllo.
Avanti per 2-0, fino a sei minuti dal termine, la “Nati” rossocrociata ha subìto il lento ma inesorabile crescendo dell’avversario. E, al primo supplementare, è stata clamorosamente ribaltata.
Per la Finlandia, una vittoria quasi insperata. Costruita sulla forza dei nervi distesi (3-2: Aho al 53’54”, Heiskanen al 58’48” e Lehkonen al 63’23”).
Dunque, i cinque cerchi risultano essere particolarmente indigesti agli elvetici. I quali, ancora una volta, sono costretti a rinunciare - ai quarti di finale - al sospirato piazzamento sul podio olimpico.
Infine, il programma dei quarti di finale si è chiuso mercoledì sera con uno Stati Uniti-Svezia molto più tattico di una partita a scacchi.
Connor Hellebuyck (Winnipeg Jets) e Jakob Markstrom (New JerseyDevils),
i due eccezionali guardiani, sono stati per 60 minuti effettivi i vertici di un sistema difensivo prettamente speculare.
Un match vissuto nei tempi regolamentari sulla reciproca adozione di una ferrea disciplina sul ghiaccio. Con tre soli giocatori costretti a sedersi in panca puniti con penalità minori.
Con gli Stati Uniti avanti per 1-0, dall’11’ del secondo periodo, grazie a Dylan Larkin (nulla a che spartire con Thomas, capitano della Nazionale italiana), quando sembrava sul punto di non avere più margini ed energie, il lunghissimo inseguimento della Svezia si è concretizzato a soli 91 secondi dal patibolo, grazie ad un tiro al volo di Mika Zibanejad proprio sull’orlo della disperazione. Con il suo slap Mika, centro dei New York Rangers, padre iraniano e madre finlandese, produttore musicale a tempo perso, ha saputo cogliere quei pochi centimetri liberi tra il palo ed i lacci del gambale destro di Hellebuyck, riaccendendo in questo modo le speranze della Svezia.Il “tre contro tre” all’overtime ha obbligato gli uni e gli altri a stravolgere ogni velleitaria strategia.
Quando si sono aperti gli spazi, il più lesto e fortunato nel pescare un enorme jolly dal mazzo è stato Quinn Hughes, 26enne difensore dei Minnesota Wild, il cui tiro centrale ha colto Markstrom leggermente impreparato ed ha spalancato
le porte delle semifinali davanti agli “Iu Es Ei”.
Alle 16.40 di oggi: Canada-Finlandia, alle 21.10 invece: Stati Uniti-Slovacchia.
Saranno due match di semifinale che cammineranno sul filo dello spettacolo e dell’incertezza.
Destinati a cambiare probabilmente anche la storia e lo sviluppo delle operazioni di questa olimpiade italiana. Ammesso e non concesso che il Potus mantenga fede alle proprie parole e soprattutto che gli United States riescano a centrare la finalissima di domenica prossima, in programma all’Arena Santa Giulia, alle ore 14.10.
L’ultima medaglia d’oro in palio prima della cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.
Abbiamo ritenuto opportuno lasciare alle Olimpiadi in corso, evento raro e catalizzatore per eccellenza, buona parte dello spazio dedicato ai nostri “Assi di Bastoni”.
Ma ora, siamo tenuti a rituffarci nelle vicende della ICE Hockey League, alla vigilia del rush finale della regular season 2025-2026.
Sarà un weekend davvero molto importante. Sia per i Foxes, di scena al Palaonda per due volte in meno di 24 ore, che per il popolo di Hockeytown. Il quale, potrà riabbracciare i propri beniamini dopo l’ampia parentesi temporale concessa a Milano-Cortina 2026.
Sono trascorse infatti tre settimane dall’ultima uscita di ICE, quella dell’attesissimo derby tra Bolzano e Valpusteria, conclusosi lo scorso 1° febbraio con il nettissimo 7-2 biancorosso davanti ad un Palaonda sold out.
Nel frattempo la Top Six si è definitivamente formata (Klagenfurt, Graz, Salisburgo, Bolzano, Olimpia Lubiana e Valpusteria), essendoci oramai un gap incolmabile tra Valpusteria (sesta classificata) e Vienna (settima).
L’attenzione si sposta quindi sulle squadre in lotta per le posizioni dalla settima alla decima piazza. Che garantirà un biglietto esclusivo per gli ottavi di finale.
Vienna ha 61 punti e può stare relativamente tranquilla, Linz e Villach ne hanno 58, Fehérvár 57. Il margine tra sè ed il Ferencvaros (unico team che aritmeticamente avrebbe ancora possibilità di agganciare questo treno in extremis) è di sette punti. Potrebbero essere sufficienti anche se la squadra di Budapest, giusto in questo weekend, se la vedrà proprio con le ultime due della classe: Vorarlberg e Innsbruck.
Sarà un fine settimana alquanto probante per l’Armata Biancorossa, la quale dovrà ospitare questa sera la vicecapolista Graz (ore 19.45) e domani nel tardo pomeriggio (ore 18.00) il Fehérvár.
I 99ers sono già tornati sul ghiaccio domenica scorsa, a Budapest, rifilando un comodo 8-3 al Ferencvaros, squadra che quest’anno è sembrata reggere più che dignitosamente l’impatto con una nuova realtà come la ICE Hockey League. Ma che col passare del tempo è scivolata sempre più pericolosamente verso l’oblìo della terra di nessuno (10°-12° posto) a far compagnia a Vorarlberg ed Innsbruck.
Graz arriva a Bolzano a ranghi incompleti (vista l’assenza per infortunio del suo top scorer, Nick Bailen) ma senza alcuna intenzione di cedere punti nel momento topico della stagione, impegnata com’è nella lotta per il primato con Klagenfurt. Le due sono separate da un solo punto in classifica e domani si affronteranno a Graz, nel big-match che potrebbe decidere il re della regular season.
Sempre domani, Bolzano ospiterà il Fehérvár, attualmente aggrappata all’ultimo seggiolino utile per garantirsi gli ottavi di finale. Fin qui, la stagione dei magiari non è stata soddisfacente, anzi.
Dopo un buon avvio di ICE anch’essi sono scivolati progressivamente verso il fondo della classifica. Oggi, come detto, hanno sette punti di vantaggio (ed una partita in meno) rispetto ai cugini del Ferencvaros. Potrebbero essere sufficienti, a meno di improbabili stravolgimenti finali. Domani, proveranno comunque a non tornare in Ungheria a mani vuote.
Durante la pausa olimpica, l’head coach dell’Hockey Club Bolzano, Doug Shedden, ha avuto a disposizione solo 18 dei 26 giocatori a roster. Ma sia per lui che per la squadra sono stati certamente giorni molto utili e produttivi.
Il team si è ritemprato a dovere dopo l’incredibile tour de force dal 26 dicembre al 1° febbraio. Ed assieme al coaching staff avrà avuto modo di mettere mano ai molti dettagli migliorabili sia nel gioco che nel collettivo.
Sono rientrati alla base gli otto biancorossi che a Milano hanno avuto l’onore di indossare la maglia azzurra. Tutti sono abili ed arruolabili, ad eccezione di Matt Bradley, infortunatosi proprio negli ottavi di finale contro la Svizzera. Anche Mark Barberio non sarà presente nei due incontri del weekend. La buona notizia che lo riguarda è che il suo rientro nei ranghi potrebbe essere pianificato entro la fine del mese di febbraio.
In questi giorni, i Foxes stanno valutando la posizione di Christopher Gibson. Il goalie ha dimostrato qualità che non sono passate inosservate agli occhi della società di via Galvani. Potrebbe essere una pedina preziosa in ottica playoff. Le parti stanno attualmente trattando il prolungamento del contratto, almeno fino allo scadere della stagione.
Per concludere, un dato poco rassicurante, che risalta agli occhi, è il coefficiente di difficoltà che si nasconde dietro la coda della regular season dell’Armata Biancorossa.
Dopo il doppio impegno in questo weekend, mercoledì prossimo il Bolzano sarà di scena a Lubiana, dove il peso specifico dei punti a disposizione sarà altrettanto di vitale importanza. E venerdì, al Palaonda, arriverà proprio il Klagenfurt.

I Foxes si recheranno infine domenica 1° marzo a Feldkirch dove chiuderanno contro il Voralrlberg il loro cammino di regular season.
Sarebbe prioritario, quasi fondamentale per i biancorossi, garantirsi una posizione all’interno della. Top 4. Che permetterebbe al Bolzano il vantaggio di un match casalingo in più nella serie dei quarti di finale.
È il momento della verità, quello che accompagnerà da qui ad aprile le franchigie più accreditate al titolo. La Karl Nedwed Trophy saluterà Salisburgo dopo quattro lunghi anni di permanenza nella città di Mozart, oppure si trasferirà altrove?
Una cosa è certa: non c’è mai stata una competizione nella sua storia dove l’Hockey Club Bolzano non si sia adoperato, dando il massimo di sè, nella sua costante ricerca della vittoria.
Nel suo senso del dovere, riportare la Coppa ad Hockeytown sarà sempre una priorità.
Oggi, come in futuro.

