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Autunno 1989 - New Pub, corso Libertà, Bolzano

Intorno allo splendido banco a ferro di cavallo, rivestito con ampie imbottiture in cuoio invecchiato, vero e proprio tocco di classe artigianale che consegnò al locale un’identità molto “british”, Mirko Angelini -  romagnolo purosangue ed anfitrionico padrone di casa - è intento a mescere un ottimo Gewürztraminer a due imprenditori della zona, suoi clienti abituali.

Come sempre, a qualsiasi ora, il Pub è un costante viavai.

Vero e proprio crogiuolo, in cui si mischiano e confondono individui dei più diversi strati sociali, divisi equamente per sesso, fasce d’età, etnie e tradizioni.

Un angolo del locale, quello in cui una fila di tavolini giace a ridosso delle vetrine su piazza Mazzini, è notoriamente “riservato” ad una distinta categoria di persone: gli hockeisti.

In genere arrivano qui qualche ora prima dell’allenamento. Oppure, subito dopo le partite casalinghe. Una birra al volo, giusto per ripristinare i sali minerali versati sul ghiaccio, per poi proseguire verso il celeberrimo

hotel Schwefelbad, il locale a San Maurizio dove la famiglia Gaier li accoglie a cena, da tempo immemorabile.Bagni di zolfo

Sugli stessi sgabelli dove, a tempo debito, anche Mark e Paul Messier, Kevin Lowe, Igor Larionov e Sergei Makarov apprezzarono cocktail e piatti espressi, vere specialità della casa, si sono dati appuntamento a metà pomeriggio tre vere e proprie stelle dell’Hockey Club Bolzano: Gates Orlando, Mark Napier e Ron Flockhart.

Mirko, che è di Gabicce Mare, li accoglie con il suo tipico calore romagnolo.

Il classico saluto squillato a piena voce ed un giro di birra gelata poggiato sul bancone.

Gates e Ron trangugiano di piena soddisfazione le loro “bionde”, fresche al punto giusto. Mark, invece, fedele alla sua etica professionale, si limita a sorseggiarla. Ed a farsela bastare per tutto il tempo da trascorrere nel locale.

“Dai Nap, oramai la tua birra sarà tiepida. Ce ne facciamo un’altra e poi andiamo al Palazzo?”.

new pub10La domanda di Gates rimane immancabilmente sospesa nel vuoto. Perché Mark Napier non ne vuole mai sapere di bissare.

“Cosa saranno mai due birre prima dell’allenamento? - incalza Gates -. Dopo un’ora le avremo già smaltite...”.

Nulla di più vero. Perché Gates, al pari di Ron e della cocciutaggine di Mark, conoscono benissimo quali sarebbero stati i ritmi della seduta di allenamento impostata dal coach: Rudi Hiti.

Altra straordinaria figura di un passato incancellabile per i biancorossi, che rimarrà sospesoal N P per sempre a demarcare le tre stagioni comprese tra la tarda estate del 1976 e la primavera del 1979. Tre scudetti consecutivi, sui quali c’è sia la firma di un grande condottiero - lo svedese Gösta “Lile Lule” Johansson - che quella di Rudi Hiti, il funambolo di Jesenice, dotato di una sublime tecnica di pattinaggio ed una gestione del disco unica ed inconfondibile. Che divise la gloria, l’eco della stampa ed i consensi della piazza assieme al fratello minore Gorazd, ottimo baricentro offensivo.

Tanto fantasioso fu il suo stile di giocatore quanto fermo ed intransigente il suo polso da allenatore. Rudi Hiti, rimasto per due stagioni (1989-‘90 e 1990-‘91) alla guida tecnica dell’H.C. Bolzano, non si fece intimidire dalla grandezza dei giocatori a sua disposizione e sfruttò invece, magnificamente, il materiale umano a sua disposizione.

Un grande portiere: Roberto Romano (scambiato con Robert Oberrauch, nel famoso accordo coi Devils Milano). Il suo affidabile back-up: Paolo Lasca. Quattro difensori affiatati tra loro (Gino Pasqualotto, Erwin Kostner (padre di Carolina e Simon e zio di Isolde), Jimmy Boni ed Alex Badiani. Due linee offensive da sogno: Mark Napier, Ron Flockhart e Bruno Zarrillo - Gates Orlando, Lucio Topatigh e Martine Pavlu. Ed una terza di comprimari (fedeli e fidelizzati come pochi altri nella storia), nella quale giravano: Mauro Giacomin, Moreno Trisorio, Enrico Laurati, Giovanni Melega e Luciano Sbironi.

dallaltoDopo gli addii di Kent Nilsson, Mark Pavelich, Bruno Baseotto e Mike Zanier, il fantastico spogliatoio biancorosso, vero vanto del club, accolse a braccia aperte Romano, Napier, Flockhart e Zarrillo. Ai nuovi arrivati bastò poco per apprendere da leader come Moreno (il capitano), Gino, Lucio e Martine quanto pesasse la maglia biancorossa, cosa significasse indossarla, quanto fosse primaria la ricerca della vittoria e caloroso il sostegno di tutta Hockeytown alle loro spalle. 

Coach Hiti riuscì invece ad entrare nella testa dei giocatori.

Trasmettendo al gruppo il suo credo hockeistico.

Accompagnandolo con un bagaglio tattico e motivazionale di livello assoluto.

Temprandolo ad ogni allenamento grazie ad una semplice costante: l’intensità.

Generando in questo modo la Squadra Perfetta.

Memorabile, in questo senso, fu il canovaccio voluto da Hiti negli ultimi 15 minuti di ogni singola seduta d’allenamento di quella stagione.

Due porticine, il lato largo della pista ghiacciata per restringere sensibilmente gli spazi ed alzare i giri del motore e le prime due linee d’attacco (di norma) a sfidarsi come se non ci fosse stato un domani. In un lavoro aerobico al limite del proibitivo, ma estremamente prezioso.

In un ristretto lembo di ghiaccio, solitamente la zona neutra, quei “3 contro 3” servirono sia ad esibire i muscoli che a potenziare l’intesa ed il senso della cooperazione tra i singoli giocatori. 

Ne uscivano sfide ad alto tasso d’animosità, durante le quali Hiti non concedeva alcun momento di pausa. Era proprio in quei momenti, anche molto ruvidi, che certe rivalità tra compagni di squadra tornavano prepotentemente a galla. Durante i quali - però - il team sviluppò un’inesorabile attitudine. Ovvero la capacità di imbavagliare qualsiasi avversario.

Questa lezione la imparò presto anche l’altra corazzata del primo torneo degli anni Novanta, l’Asiago. Costruito per puntare con decisione allo scudetto, proprio da Ron Chipperfield (strappato ai biancorossi dopo 9 anni di permanenza a Bolzano, 3 titoli da giocatore e 2 da allenatore).

Per conquistarlo, il suo presidentissimo dell’epoca, Mario Lievore, non badò a spese.RonningAllo storico “Odegar” arrivarono giocatori di movimento di primissimo livello: Cliff Ronning, Ken Yaremchuk, Sandy Pellegrino, Mario Simioni e Jim Camazzola.

A difesa della gabbia, invece, “Chip” chiamò proprio l’ex biancorosso: Mike Zanier.

I sogni di gloria dei celeberrimi “stellati” durarono una manciata di mesi appena. Perché, nella primavera successiva, vennero letteralmente spazzati via dalla solidità e dall’organizzazione tattica dell’Armata Biancorossa.

La serie di finale della stagione 1989-‘90, al meglio delle cinque partite, quella dell’indimenticabile maratona dei tiri di rigore di gara 3, non ebbe storia, praticamente mai.

Il Bolzano si aggiudicò con pieno merito i primi tre “epici” match, superando di slancio l’Asiago per 3-0. E portando in via Roma l’undicesimo titolo della sua storia.

Nonostante lo scorrere del tempo - essendo trascorsi ben 36 anni da quegli eventi - l’unità d’intenti condivisa coi compagni di squadra resta una delle migliori caratteristiche di chi è stato considerato meritevole di apparire sui libri di storia di questo sport.

Questa peculiarità i biancorossi la conoscono molto bene. Avendola avuta da sempre nel proprio Dna. Poi, ci può sempre stare di incrociare un avversario più tosto e meglio organizzato. Vedi il Salisburgo dell’ultimo quadriennio. Ma, senza di essa, non si può sperare di raggiungere l’obiettivo.

Il riferimento, naturalmente, non è assolutamente casuale. E ci riporta al bailamme che sta contrassegnando la stagione in corso.

Più o meno un anno fa, il 7 aprile 2025, Glen Hanlon salutò Bolzano per l’ultima volta. Aveva capito quanto il suo ciclo fosse arrivato ai titoli di coda. Ed aveva oramai, come sua unica priorità, quella di riabbracciare la propria famiglia.

Un mese dopo, il 2 maggio, il club biancorosso ufficializzò il nome del nuovo coach.

Un tecnico con un curriculum di tutto rispetto: Kurt Kleinendorst.anteprima K. K. 2

Nel 1993, a soli 33 anni, il primo titolo a Raleigh con gli Ice Caps in ECHL; sei anni dopo, il secondo a Manchester, con gli Storm. Un percorso culminato con l’ingaggio come associato tecnico dei New Jersey Devils, con i quali vinse anch’egli la Stanley Cup nel 2003.

Lavoro, disciplina, sistema di gioco, talento, cura dei dettagli, regole ferree.

Fedele a questi valori, con il passare delle settimane estive, coach Kleinendorst ha dato una precisa identità ai Foxes. Raccogliendo risultati significativi, sia nella Summer Classic che nella prima fase della Champions Hockey League. Fra tutti, il clamoroso successo di Rauma contro il Lukko, maturato il 31 agosto scorso per 4-3, grazie ad una prodezza di Matt Bradley a 21 secondi dalla sirena conclusiva.

Nonostante i risultati raccolti anche in ICE Hockey League, ad esempio lo stratosferico 9-1 nel derby di Halloween con il Valpusteria, qualcosa nei rapporti tra l’head-coach e la squadra ha cominciato a non funzionare piu.

Divergenze di vedute sempre più nette, tra i due fronti, col tempo si sono trasformate in una collettiva mozione di sfiducia nei confronti del tecnico.

Scegliendo quello che gli è parso il male minore, nonostante la vittoria a Budapest (3-1 al Ferencvaros) lo scorso 7 dicembre Dieter Knoll ha deciso per l’esonero di Kleinendorst. Esattamente 224 giorni, 21 vittorie e 14 sconfitte dopo la sua presentazione ufficiale.

Se riavvolgessimo la pellicola della recente storia biancorossa ci accorgeremmo che quello del tecnico del Minnesota non è stato un episodio isolato. Ovvero, che la società biancorossa tenderebbe a dare maggiore credito ai malumori della squadra verso la loro guida piuttosto che alle perplessità sollevate dal proprio tecnico, sul rendimento o l’atteggiamento di qualche giocatore.

L’Hockey Club Bolzano ha tutto il diritto di individuare e perseguire una linea di condotta ritenuta ottimale. Ma, nel recente passato, anche Niklas Sundblad è stato sollevato dall’incarico nell’autunno del 2023, dopo la catastrofica trasferta di CHL a Belfast (0-4 Giants). Quella che mise definitivamente in evidenza lo scarso feeling tra il coach svedese ed i biancorossi.

Prima ancora, esoneri cagionati dalla bassa empatia tra allenatore e giocatori furono anche quelli di Doug Mason nell’autunno del 2021 (che sancì il ritorno di Greg Ireland sul pancone biancorosso) e - due anni prima - di Clayton Beddoes.

Restando alla stagione in corso, durante la pausa riservata alle Nazionali (tra il 7 ed il 17 dicembre scorsi) il nome di Tom PokelPokel

tornò in auge con una certa prepotenza. Tanto che molti organi d’informazione lo individuarono come potenziale successore di Kurt Kleinendorst.

È noto che Dieter Knoll ed il “sergente di ferro” di Green Bay siano legati da un rapporto basato su stima e rispetto reciproci. Amano confrontarsi spesso, sui temi più disparati. Ed è altrettanto di dominio pubblico che il Dottore abbia sempre apprezzato di Pokel la sua intransigenza nella gestione dello spogliatoio.

Dopo aver dedicato otto anni della sua carriera agli Straubing Tigers, alla fine Pokel è rimasto in Del grazie alla chiamata dei Frankfurt Löwen, franchigia in drammatica involuzione e bisognosa di un progetto tecnico degno di questo nome.

Saltata l’opzione Tom Pokel, in via Galvani hanno puntato su una loro vecchia conoscenza. Quel Doug Shedden che conobbe l’Hockey Club Bolzano da giocatore nella stagione ‘91-‘92. Sul pancone c’era Bernie Johnston, subentrato la stagione precedente proprio a Rudi Hiti.

Dopo 418 match in NHL tra Pittsburgh, Detroit, Quebec City e Toronto, e giunto quasi al capolinea della sua carriera, Shedden indossò la maglia biancorossa a stagione in corso. Un’apparizione di 13 incontri appena. Durante i quali si fece ricordare più per la potenza del tiro che per le doti di pattinatore.

Con l’arrivo del nuovo coach i Foxes hanno chiuso bene l’anno solare 2025. Conquistando 5 vittorie consecutive ed espugnando sia il ghiaccio di Klagenfurt (0-1) che quello di Brunico (3-5).

La tattica offensiva introdotta da Shedden (il classico “dump and chase”,dump chase un po’ datato ma affidabile) inizialmente ha restituito stimoli e fiducia al team. Poi, il Bolzano è risalito nuovamente sull’ottovolante, manifestando l’incostanza di rendimento già conosciuta ai tempi di Kleinendorst.

Dopo due sconfitte alquanto brucianti (3-0 a Vienna e addirittura 6-0 a Linz) i biancorossi hanno saputo rialzarsi con auspicata personalità (7-2 al Valpusteria e 4-0 al Graz).

Trend che però è continuato anche dopo la pausa olimpica e fino al termine della regular season (4 vinte e 4 perse nel periodo). Facendo sollevare le prime perplessità anche sulla gestione Shedden. Ed il suo personale approccio con i giocatori.

Il resto è contenuto nell’attualità. In questo quarto di finale con Lubiana. Ed è un capitolo che, dal nostro punto di vista, siamo tenuti a maneggiare con tatto e delicatezza.

Oggi i Foxes torneranno all’Hala Tivoli per gara 4 (su TV33 e DAZN a partire dalle ore 19.15). Sono sotto 2-1 nella serie. Una posizione di disagio netto ed inequivocabile.

I Draghi Verdi sono avanti nella serie. E possono ringraziare le sciagurate prestazioni offerte dai biancorossi al Palaonda. Sta di fattoDraghi3 che Lubiana, già da questa sera, potrebbe essere in grado di mettere il Bolzano con le spalle al muro.

Anche l’hockey, così come la vita in generale, ci insegna che nei momenti di difficoltà ci sono poche ma sentite cose che bisogna saper fare per rimanere a galla. La prima delle quali è prendersi la propria quota parte di responsabilità.

A partire dalla sala di comando, fino all’ultima ruota del carro.

Il club, in questi frangenti, non può che dare segnali forti, in più direzioni.

La sua vicinanza alla squadra potrebbe suonare come un atto di rinnovata fiducia.

Un sereno confronto con lo staff tecnico potrebbe caldeggiare scelte diverse. Ad esempio, sugli uomini da appuntare sul foglio gara. Le risorse (Brunner, Marchetti, Miglioranzi, Cairns e Larcher), con le quali porre in essere un turnover ragionato, fortunatamente ci sono.

Coach Shedden ed il suo associato Fabio Armani, oltre ad essere in dovere di gestire nel miglior modo possibile le risorse umane a loro disposizione, non possono esimersi dal riflettere sul proprio operato. 

Logo PO ICE 26La mancata chiamata del time-out in gara 3, durante i 38 secondi più catastrofici della storia biancorossa, è un segnale che tutto il palazzo ha raccolto come un’imperdonabile leggerezza commessa sia dall’head-coach che dal suo associato.

I giocatori, non meno importanti, devono percepire come primaria la necessità di serrare il gruppo nel miglior modo possibile. I giochi sono ancora aperti, per nostra fortuna. Ma ora è diventata preminente quell’unità di intenti a cui facevamo riferimento poc’anzi. Che i leader escano allo scoperto. E che indichino la strada da seguire al resto della truppa.

Hockeytown, perché non esiste squadra che non abbia bisogno del sostegno del proprio pubblico.

Bolzano si è sempre distinta per il profondo calore e la competenza con i quali ha arricchito da sempre la stretta relazione con il club ed i singoli giocatori. È tempo quindi di riporre i social e di tornare a tifare appassionatamente i nostri beniamini.

A prescindere dal risultato. Vada come vada...